Ciò che uno può essere, deve esserlo | Giulia Lo Pinto

Abstract speaker silhouette with letters

Ho letto questa frase su un libro di scuola, mi è saltata subito agli occhi e più la leggo più si carica di significati diversi. È una frase di semplicissima comprensione, dietro la quale però, si cela “il mondo”. Ci siamo mai chiesti cosa possiamo essere? Io lo domando a me stessa ed improvvisamente prendono vita nella mia mente un turbinio di emozioni, parole, voci, immagini confuse. Rispondere a questa domanda, banale per quanto sia, non è cosa semplice. Credo che un po’ tutti da bambini abbiamo avuto un desiderio, una passione, un sogno particolare, che crescendo può essere stato alimentato oppure abbandonato lasciando il posto alla sbagliata convinzione di “non esserne all’altezza”. Da piccoli è piacevole immaginare e vagheggiare un futuro che non conosciamo, che magari appartiene a qualcun altro e che vorremmo fare nostro, ed è amabile pensare di poter diventare un astronauta o il capitano di una nave, una volta diventati “grandi”. Crescendo invece ci si comincia a guardare un po’ intorno e si comincia a capire che siamo“capitati” in una terra dove non ci è ancora concesso di volare. Così, anche inconsapevolmente, lasciamo scivolare dietro di noi quei piccoli desideri che da bambini erano stati il nostro conforto e che adesso ci rendiamo conto essere solo desideri effimeri e futili. Tuttavia resta sempre dentro di noi un po’ di amarezza, ciò che prima era stato motivo di gioia e contentezza, adesso diventa quasi una perdita di tempo. Crescendo il mondo che ci circonda comincia a condizionarci, ci sentiamo grandi anche dentro un corpo piccolo e cominciamo ad imparare, ascoltare, riflettere e pensare. Ci mettiamo in guardia dagli altri, “dal mondo”, cercando di capire cosa veramente vorremmo fare della nostra vita e di noi stessi, credendoci spesso grandi e pienamente consapevoli dei nostri pensieri: tutto sta nel cercare di capire quali siano le nostre inclinazioni, quale strada cominciare a percorrere per ingannare questo non-tempo e prenderci quello che ci spetta. Tuttavia la facilità con la quale queste parole possono essere scritte nero su bianco è direttamente proporzionale alla difficoltà che potrebbe nascere da un’attenta analisi interiore di ciascuno di noi . Solo dopo esserci interrogati consapevolmente, facendoci “piccoli-adulti”, potremmo passare alla seconda domanda, che domanda vera e propria non è, piuttosto un imperativo crudo e quasi spiazzante: “…deve esserlo.” Questa è sicuramente la parte più difficile dell’opera, trovare la strada che meglio si adatti alle nostre esigenze senza scadere nell’eccessività e nella convinzione di essere migliore e peggiore di qualcun altro. Trovare il giusto modo che ci permetta di conservarci stretti nel cuore i sogni effimeri di una vita di bambini nella corsa a diventare grandi.

 

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