Finché morte non ci separi | Giulia Policardo

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“Finché morte non ci separi” oltre ad essere una frase di coronamento della sacra promessa, è anche il titolo di una serie televisiva americana che racconta con umorismo tagliente una serie di omicidi (fittizi o realmente accaduti) compiuti all’interno delle relazioni di coppia consacrate dallo scambio di un anello. Riporto questa breve descrizione per introdurre l’argomento che mi accingo ad affrontare ovvero la VIOLENZA SULLE DONNE o FEMMINICIDIO. 

Sono 100 le donne che sono state uccise dal proprio partner o dall’ex partner nel 2012 (dati Istat), omicidi efferati, senza pietà, omicidi che non trovano riscontro logico – razionale, omicidi che si concludono molto spesso con la confessione tra le lacrime e una pistola puntata contro se stessi, omicidi che terminano con una presa di posizione da parte dell’assassino che spesso dichiara: “Non mi lasciava parlare” (vittima Vincenzina Scorzo), “Abbiamo litigato e l’ho ammazzata” (v. Fabiola Speranza), “Era isterica litigavamo sempre”, “Non ne potevo più” (v. Bruna Giannotti), “Ero ubriaco non avevo capito di averla uccisa” (v.Enzina Cappuccio) o “Mia o di nessuno”. I nomi che ho appena citato sono solo alcuni riferiti da un articolo che lessi parecchi giorni fa sulla STRAGE DELLE DONNE in Italia.

È così che terminano le vite di alcune donne, senza un apparente motivo razionale, senza rispetto, senza amore. E’ importante affrontare e conoscere in maniera approfondita questo fenomeno perché esso è un’ emergenza nazionale. Sono i numeri che parlano, è il fatto che ciò accade spesso, e il problema più grave è che questo fenomeno è difficile da affrontare perché molto spesso è sommerso, latente, per la paura che porta le donne a chiudersi ancora di più in se stesse, a sostenere “Non sta capitando a me”, a credere che se le meritano le botte perché sono stanche, perché dicono sempre la loro, perché i bambini piangono o fanno rumore, perché i mariti lavorano fino a tardi e loro sono disoccupate.

Poche volte il reato viene denunciato perché in sè e per sè non esiste legislazione che ne esalti la gravità, quindi ciò che emerge dai dati è limitato ai soli casi finiti male (con l’omicidio appunto) oppure alle poche donne coraggiose e con ampio supporto sociale che si rivolgono ai così rari centri di violenza per le donne attivi in Italia.

Questo è il focus del problema:  le donne che si rivolgono ai centri antiviolenza sono donne completamente distrutte fisicamente, emotivamente e psicologicamente, sono vittime di anni di soprusi e abusi sia verbali che fisici, sono donne che cercano di donare ai loro figli un po’ di pace.

È una realtà disomogenea, poche differenze tra Nord e Sud, gli assassini non hanno un chiaro profilo psicologico, etnico o caratteriale; sono parenti, amici, e soprattutto fidanzati. Questo è l’unico punto chiaro del fenomeno. Un ulteriore problema sono le poche leggi che tutelano questi fenomeni che iniziano con un semplice stalkeraggio (poco chiaro nella Costituzione), continuo ed imprevedibile, poi con una richiesta di protezione alle forze dell’ordine, che consigliano “Provi a cambiare numero di telefono, più di questo non possiamo fare” e inevitabilmente se il fato è avverso ci si ritrova faccia a faccia con il proprio assassino, che aveva già dichiarato di voler uccidere.

C’è una cultura da cambiare. Anche se in continua evoluzione, il paese trova difficoltà nel cambiare quelle norme socio culturali così ben radicate che tendono a classificare e stratificare la società: le donne sono arrendevoli,  gli uomini sono Leader, i poveri sono poveri per colpa loro, i ricchi sempre più ricchi. A seconda di come nasci o dove nasci sei già relegato in alcune categorie che difficilmente ti scrollerai di dosso. Le donne sono deboli, spesso instabili per via degli ormoni,  insopportabili, tendono a deprimersi con più facilità, addossano  colpe agli uomini se sbagliano. Quanto è semplice categorizzare? La categorizzazione è sintomo di una società chiusa, primitiva e subdola. Categorizzare vuol dire semplificare, annientare la complessità che caratterizza ogni individuo,  ridurre oggetti e persone in categorie ristrette e delimitate.

Questo è il clima in cui cresce la violenza sulla donne. Se le mie orecchie continuano a sentire che le donne non emergono in campo professionale per via dell’emotività, che donne giovani, appena fidanzate, considerano normali battutine pesanti, atti di gelosia violenti, liti da ubriachi che sfociano in urla e mani per aria, quello che farò crescendo sarà pensare che continuiamo a far parte di una minoranza e come tale inferiore alla maggioranza. Una psichiatra francese Marie France Hirigoye sostiene che: “Esiste — per ogni problema che colpisce un gruppo sociale, piccolo o grande che sia — una «fase A» in cui solo chi è coinvolto direttamente, chi ne sente il peso in prima persona, avverte il dovere di parlarne e cercare soluzioni. Ed esiste una «fase B» in cui il dibattito si approfondisce, coinvolgendo parti più estese della comunità”.

È sulla fase B che dovremmo concentrarci.

Con queste poche righe vorrei solo spronare le persone che sanno, vivono o conoscono qualcuno che inerme, continua a subire delle violenze e tenta in tutti i modi di passarci sopra o addirittura di auto colpevolizzarsi, di dire che cambierà sicuramente col tempo, a non crederci troppo. La violenza è un circolo vizioso; chi è violento ha un problema che può essere curato ed analizzato da qualcuno di esperto, non certo dalla vittima che subisce le sue azioni. Non si cambia mai completamente, si possono cambiare aspetti della propria indole ma non si cambia mai del  tutto se non attraverso dei percorsi lunghi e profondi. È importantissimo all’interno della nostra comunità fare informazione come si fa con le campagne sulla droga, sull’Aids, sulla criminalità organizzata.

Informare e informarsi per cambiare le cose!

La violenza sulle donne è un fenomeno ancestrale, difficile da combattere in questo silenzio assordante in cui è immerso e tocca a noi farlo emergere per cambiare qualcosa di così primitivo perché è proprio dal basso inizia il cambiamento.

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