Il dialetto pantesco ci dice chi siamo.

dialetto

Cento km dalla Sicilia e settanta dall’Africa sono le delimitazioni entro cui giace stesa al Sole la Perla Nera. Tale posizione geografica, intrecciandosi con le varie vicende storiche, si rispecchia nella struttura della parlata pantesca. Per convesso, la complessa storia dell’isola di Pantelleria è iscritta nella sua lingua.

Anche il lettore meno attento avrà notato che ho usato la parola lingua, piuttosto che dialetto, le cui differenze sono estremamente sottili e le articolazioni vaste e variegate. A tal proposito cito la freddura del sociolinguista Max Weinreich: <<Una lingua è un dialetto con esercito e marina>>, da cui si evince che la distinzione tra lingua e dialetto è arbitraria e strettamente influenzata dalla situazione sociale e politica della comunità.

Un breve excursus socio-storico con una comparazione pantesco-maltese, può aiutarci a delineare un quadro socio linguistico pantesco, in cui la freddura sopracitata acquisti reale sensibilità.

Pantelleria era musulmana e di lingua araba nel secolo XIII, cristiana ma ancora di lingua e di costumi arabi fino al XVI. Oggi invece Pantelleria è di dialetto siciliano, sia pure fortemente intriso di arabismi, ma il cambio di lingua non pare conseguenza diretta e immediata della cristianizzazione. E l’arabo, mentre scompariva dalla Sicilia, persisteva a Malta. Malgrado la totale cristianizzazione, le consistenti migrazioni dalla Sicilia, l’uso ufficiale del siciliano prima e dell’italiano poi (fino agli anni Trenta del Novecento), il maltese, dialetto arabo, è rimasto vivissimo ed è riuscito a conservare il ruolo di lingua bassa in una condizione di stabile diglossia fino al moderno riscatto come lingua ufficiale della stessa Malta. Quindi il maltese testimonia una cristi vissuta e superata, mentre il pantesco non solo si sclerotizzò lessicalmente, ma fu del tutto abbandonato. A determinare queste particolari condizioni linguistiche, deve aver contribuito anche il fatto che fino al 1940 l’isola fu sede di esiliati politici, ai quali va attribuita la penetrazione di un certo numero di elementi modificatori. In seguito la sempre maggiore affermazione della lingua nazionale, dopo l’Unità, ha partecipato a rendere la lingua pantesca assolutamente subalterna (dialetto).

Queste condizioni unite alla posizione marginale e relativamente isolata dell’isola nel contesto del mondo delle lingue romanze, hanno dato vita a sfumature particolarmente interessanti e singolari del pantesco, inevitabilmente connesse con la vicinanza all’Africa settentrionale. Infatti questo vernacolo presenta un notevole numero di elementi ignoti perfino alle aree siciliana ed iberica. Alcuni esempi sono le “coppie sinonimiche” arabo-romanze come habba / ariddu “vinacciolo”, la presenza di voci romanze con veste fonetica che richiama la struttura tipica di voci arabe (p.es. la posizione finale dell’accento), gli usi metaforici di arabismi e specializzazioni semantiche di voci romanze dovute alla presenza di sinonimi arabi (p. es. pantesco fasola “veccia”, accanto al pantesco lubbia < arabo lubiya “fagiolo”).

Invece, per constatare la vitalità del filone arabo, basta gettare l’orecchio ai vocaboli esordienti con la lettera [h] (p.es. haràra. harruggiu, harèma)Questi sono tutti arabismi, dimostrati dalla mancanza del fonema romanzo corrispondente, vista la caduta della /h/aspirata latina.

Studiare i nostri dialetti, intendendoli come linguaggio strumentale essenziale della comunicazione umana in reciproco condizionamento con ogni forma della realtà sociale, è necessario per provare a dare una risposta alla domanda :<< Chi sono i siciliani?>>.

Sofia Belamare Ingrande.

Giocheremo nelle prossime settimane con i nostri lettori.. Sulla nostra pagina fb ogni settimana posteremo una parola in dialetto chiedendovi di indicare il suo significato

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