LIBERI….(anche) DI MORIRE | G.Fabio Caruso

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Eutanasia sotto esame: pro e contro
L’idea di testamento biologico rivoluziona la percezione che abbiamo della medicina; infatti sembra che oggi secondo l’opinione pubblica, la medicina non abbia più il volto amico di un’alleata che ci aiuta a uscir fuori da alcune difficoltà, prima tra tutte quella della malattia. La stessa figura del medico non è più una figura rassicurante, ma tende a diventare sempre più invadente, a volte minacciosa.
D’altronde pensandoci bene, cos’è il testamento biologico, se non quello strumento difensivo con cui il cittadino, ancora sano, si tutela nei confronti di un medico considerato in un certo senso padrone del nostro destino, quando noi non saremo più in grado di interloquire con lui?
Prima si diceva che c’era tra paziente e medico un rapporto di tipo quasi filiale, paterno, si parla infatti di paternalismo medico. Oggi la situazione si è completamente ribaltata, nel senso che il paziente in linea di principio diffida dal medico, infatti è sempre pronto a chiamarlo in giudizio in tribunale. Non si fa più ricorso a una medicina che è chiamata a restituire la salute e quindi a salvare la vita, il problema di oggi è quello di una medicina di fronte alla quale noi non riusciamo più a morire. Oggi il paziente si deve faticosamente conquistare la morte a fronte di una medicina che tende a tenerlo prigioniero anche oltre la sua volontà, il cosiddetto problema dell’accanimento terapeutico.
Ma come fa ad essere accanimento se è terapia? Come fa una terapia, cioè un trattamento medico che guarisce, a configurarsi come una forma di accanimento? Questo perché appunto la medicina non è più il volto “amico” dell’ars curandi, cioè dell’arte della cura, in questo particolare caso, ma il volto nemico di una prigione che tiene in vita un individuo contro la sua volontà, anche in condizioni che l’individuo stesso non ritiene più dignitose.
L’eutanasia in un certo senso è il modo in cui la medicina si scusa di aver fatto troppo, una sorta di compensazione che offre a fronte di un limite superato. Cioè la medicina fa tutto il possibile ma poi si accorge di essere andata oltre un limite, quindi di essersi accanita, prolungando penosamente non la vita, ma l’agonia di una persona che ormai chiede solo di morire.
Il codice di deontologia medica riporta che c’è accanimento terapeutico ogni qualvolta i costi di un trattamento medico superano i benefici, cioè sostanzialmente quando gli effetti collaterali superano i benefici attesi. Ad esempio, cicli di chemioterapia in pazienti terminali, in cui gli effetti collaterali sono estremamente disastrosi; di certo i cicli prolungano la vita di qualche settimana o mese, ma il paziente dopo questi avrà una qualità di vita pessima! Quindi tecnicamente non viene prolungata la vita ma l’agonia, la sofferenza, e viene in qualche modo forzato un limite naturale. E quando ottengo il prolungamento della vita al prezzo di una sofferenza incoercibile, intrattabile, lì ci sono buoni indizi che si tratti di accanimento terapeutico.
Il testamento biologico è quindi un documento prezioso che riallaccia un dialogo interrotto a causa di una patologia che ha ridotto al silenzio il paziente. D’altra parte è anche uno strumento estremamente problematico, perché la volontà che io dichiaro è una volontà anticipata e dunque scollegata dal contesto in cui deve essere fatta valere, ovvero quello della malattia. Da ciò ne deriva che il cittadino sano che scrive il testamento biologico non ha una percezione effettiva della situazione in cui verrà applicata la sua volontà, che è stata data in un contesto di salute. Va tenuto in considerazione il fatto che gli interessi di una persona sana sono diversi da quelli di una persona malata, anche quando depositiamo il nostro testamento dal notaio. In quel momento la persona è sana. La persona, invece, mentre è malata spesso, e soprattutto se la malattia è grave, in qualche modo subisce una sorta di rivoluzione mentale, vede tutto in modo diverso. Ma in nessuno stato del mondo il paziente può obbligare il medico ovvero: non si può sanzionare penalmente un medico che si rifiutasse di eseguire le mie volontà testamentarie. In molti pazienti terminali l’unica soluzione che gli rimane è quella che gli antichi chiamavano “”il dono degli dei”, la morfina, l’unico farmaco capace di accompagnare dolcemente il paziente alla morte, poiché seda i dolori associati alla fame d’aria. Questo ci fa pensare che tutti i pazienti hanno diritto non tanto all’eutanasia, ma alla morfina, alla medicina palliativa, che oggi in Italia non viene utilizzata come si dovrebbe.
La dignità umana è la caratteristica che rende preziosi tutti gli esseri umani, non solo agli occhi degli altri ma anche ai propri.
Un minimo di sensibilità alla cosa e un dialogo con pazienti, familiari e medici permettono di trovare una soluzione condivisa , che può essere oggettivamente sbagliata , ma se è stata presa in buona fede , non avrà nulla da rimproverare. Certo che da buon cattolico nello stesso tempo non posso non chiedermi quale diritto o potere abbiamo noi mortali a decidere sulla vita o la morte persino dei nostri cari.
Noi, sani, ci permettiamo il lusso di discutere di eutanasia e di accanimento terapeutico anche in modo molto “soft” negando a volte il giusto peso. Proviamo a metterci per un attimo nei panni dei pazienti terminali: ecco che allora il discorso cambia.

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