Pantelleria l’ultima isola. La prima presentazione a Palermo.

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Qualche mese fa si è tenuta a Palermo la prima presentazione del libro di Giosuè Calaciura “Pantelleria l’ultima isola”. Per agorapnl.it andò alla presentazione Angelo Fumuso. Il racconto di come sia andato l’incontro è rimasto per mesi dimenticato in qualche casella postale. Adesso l’abbiamo ritrovato e abbiamo deciso che comunque valeva la pena pubblicarlo. Per la nostra nuova rubrica “L’Angolo del Libro” vi presentiamo Pantelleria l’ultima isola”. 

Di Angelo Fumuso.

Quando lessi l’annunzio della presentazione della guida di Calaciura su Pantelleria, pensai alla solita guida, di quelle che se ne pubblicano tante sotto estate. Perché, pensai, una presentazione per una guida? Nell’era di internet dove tutti pubblicano su tutti e tutto, perché sottintendere a questo rito della presentazione? Semmai questo varrebbe per un libro più di peso; un saggio dov’è importante sapere l’argomento, il profilo dell’autore, il significato del libro e soprattutto il punto di vista da cui lui vede e racconta i fatti.

Immerso in questi pensieri, mi chiedevo se valeva la pena andarci o no a questa presentazione, visto che per il fine settimana ero a Palermo. Lo vidi in anteprima , “Pantelleria, ultima isola”, da Teresa, titolare di una delle varie librerie che animano il percorso della “Loggia trapanese”. Li a pochi passi c’è la libreria Giunti, arredata all’ultima moda. Poi una libreria attaccata al vescovado che vende solo libri religiosi. Ma tornando a Teresa e la sua libreria indipendente, Io la chiamo “la signorina mezzobusto” dato che la vedo sempre seduta davanti al computer. La Signorina, proprietaria della libreria, mi parlò di questa collana speciale che la Feltrinelli aveva ideato negli ultimi mesi.” Più che una guida, è un viaggio dentro lo spirito di un luogo”, mi disse. Vista da questo punto di vista questa presentazione mi ha incuriosito.

Cosa potrà dire un “non pantesco” dell’animo dell’isola e dei suoi abitanti? 

Veramente fino ad oggi abbiamo uno schema ben preciso al Sud, ed è quello dettato da Tommasi di Lampedusa nel suo Gattopardo: Il Signore volle crearsi il proprio Giardino e creò la Sicilia- Ma dato che il posto era così bello che attirò l’invidia di tutto il creato, e Dio per problemi di equilibrio dovette fare entrare il diavolo nell’isola. Creò i siciliani!”.

Potremmo dire lo stesso di Pantelleria ? Dio creò i panteschi, i Trapanesi, i palermitani, i catanesi, i messinesi e così via. Cioè creò gli abitanti che in antitesi con luoghi così belli, fanno di tutto per renderli meno belli, meno ospitali e meno accoglienti. Per renderla in soldoni l’angelo è il luogo, il diavolo gli abitanti. Che metamorfosi ha compiuto Calaciura per trasformare il diavolo in angelo? Nella nostra religione tutto può accadere fino all’ultimo momento ; non è mai troppo tardi, come diceva il famoso maestro d’Italia. Quindi volgendo le spalle al mare e alle sue bellezze, Calalciura guarda l’isola e soprattutto i panteschi.

Ma sentiamo proprio Calaciura, cosa ci dice.

L’INTERVENTO DELL’AUTORE DEL LIBRO GIOSUE’ CALACIURA

“Innanzitutto, ringrazio tutti per essere venuti, ringrazio mia madre per avere letto i brani tratti dal libro, ringrazio il Sindaco di Pantelleria. Ringrazio i “ Vivai Lo Porto”, che ci stanno ospitando perché mi sembrava giusto presentare un libro come questo su Pantelleria che della natura è un simbolo, un riferimento, un esigenza della natura, in un posto dove il verde la cura del verde fosse evidente. E di questo mi sembra che ve ne siete accorti andando in giro. Io non sono andato tante volte a Pantelleria, sono cinque-sei anni che vi trascorro qualche settimana d’estate in dammusi d’amici che c’hanno invitato. Uno nell’isola ci và per il mare. Un mare nero che come uno s’immerge diventa un velluto trasparente e senza maschera riesci a vedere nitidamente i fondali. Io durante queste  villeggiature ho incominciato a fare come i panteschi; ho incominciato a dare le spalle al mare e a guardare l’isola. Ed è questo alla fine che poi mi ha conquistato, l’evidenza di una pratica antichissima ; i filari d’uva ordinatissimi. Perfino i capperi sono gentili! Che sono, come diceva il Sindaco Gabriele, è l’evidenza di una storia secolare. Si sente dietro tutto il tempo che è passato !  Forse i panteschi non si rendono conto di come sono visti da fuori nella loro febbricitante attività. Bisogna vederli nel loro continuo lavoro, bisogna andarci d’inverno a Pantelleria, quando il vento non ti fa camminare, quando tu non riesci a muoverti da quanto è impetuoso. Quando ritorni indietro, per come ho raccontato nel libro, per scoprire che lì c’è un isola attiva, che si prepara, lavora quattro stagioni su quattro per tenere viva una storia , una tradizione antica. Perché Pantelleria è una storia di costumi diversi, perché Pantelleria è una concrezione di culture diverse, perché l’isola vive concretamente tra la frattura tra l’Europa e l’Africa, ma non solo geograficamente, ma culturalmente, storicamente e nel linguaggio. Io non ho mai visto un posto al mondo così piccolo, ma così minuziosamente nominato. Ogni centimetro quadrato di Pantelleria ha un nome, un nome arabo ma soprattutto, nomi francesi. Ma è un francese, francese.., ma un ritorno dall’Africa colonizzata, dall’Africa francofona. E’ veramente un laboratorio! Lo è stato e lo è ancora per le cose che dicevamo. Non voglio levare niente alla viticultura, ma è l’esperienza del cappero è quella che mi ha sorpreso molto. Perché testimonia che dalla marginalità, della marginalità del margine, che è Pantelleria, si può conquistare il mondo! E per questo possiamo dire… questa è la nostra identità, questa è la nostra cultura è storia, e per questo continuare a vivere e prosperare !”

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A questo punto, forse per comprendere il libro bisogna estrapolare alcuni brani significativi del libro

ALCUNI PASSI DEL LIBRO .

Pantelleria è un isola per scrittori ! E’ difficile trovare un ombelico della terra largo otto e lungo quattordici kilometri così separato, margine del margine, così battuto dai venti, d’autori di carte alte che insicuri tra una roccia e l’altra, in bilico tra una roccia e un cratere, sdrucciolevole con le scarpe inadatte, hanno tentato di fare un bagno nel mare difficile dell’isola ; più di cinquantun kilometri di mare abbagliante, nessuna spiaggia! Truman Capote, ospite estivo in casa di amici, dopo sudore, scorticature e qualche goccia di sangue, finalmente guardando gli scogli dall’acqua così tanto sospirata, si lasciò sfuggire “ una bellezza agghiacciante!

Cesare Brandi, senese storico, fondatore dell’Istituto centrale per il restauro, visitò Pantelleria nell’Agosto dell’anno 1970. Il suo diario sull’isola madre e sulle isole Maori, tanta meraviglia di  bellezza  e quanta preveggenza di degrado  è raccolto in “Sicilia mia”, edito da Sellerio nel 1989. Brandi, siciliano per vocazione e per intelligenza, arrivo immediatamente al nodo di Pantelleria. “ C’è una battaglia in corso, sulle sue carni di pietra si consuma un corpo a corpo tra Satana e Dio, infernale e di luce, di nero osceno e di soave trasparenza : Pantelleria è un ring arcano! Pantelleria non è una sfida di fioretto, è un duello titanico fondativo tra l’infernale e il divino nella sua semplice evidenza dei colori della sua geologia: nero antracite, rosso venoso, grigio purgatorio . Il suo mare, che in una sponda è placido, e sull’altra è nuvola di schiuma , e frangenti. E’  un estenuate faccia a faccia tra la fatica della vita e la semplicità della morte. Pantelleria non sarà mai preda del turismo di massa e dei suoi ricatti, dei grandi numeri della villeggiatura mordi e fuggi, degli sbarchi dei traghetti veloci e corsari, che vomitano storditi ed esausti. Il tempo di un tuffo, un pranzo di prodotti tipici, lo shopping lungomare di qualche ossidiana e la maglietta evanescente del profilo dell’isola. Trapani restaurata e le quasi vicine Egadi, scoperta in televisione con la coppa America del 2005, isole caraibiche, più dei caraibi che in passato sembravano troppo aspre all’allungata vacanziera, sono riuscite a cambiare aprendosi al saccheggio d’Agosto. Ma anche al senso d’abbandono di Settembre quando con le nuvole di bambagia da nord, arriva l’amara consapevolezza di vivere una stagione soltanto. Le isole di settembre diventano una finzione. Pantelleria non sarà mai, nonostante il circolo degli atterraggi e partenze dall’aeroporto di Margana . L’elastico sempre troppo vasto, tra presenze stagionali e desideri degli allibratori turistici. Nonostante il fiorire dei diwing e la scoperta del patrimonio enogastronomico, Pantelleria ha ancora tutte le stagioni. La natura dell’isola urla sotto sforzo, tirata da una parte e dall’altra, sferzata e contesa. Chiunque arrivi per mare o per cielo, avverte la tensione, il contrasto che fanno di Pantelleria un isola unica nel Mediterraneo. Aliena ma nello stesso tempo capace di rifondare la percezione che abbiamo di questo mare tornato ad essere confine e frontiera. Mare tragico! Ecatombe per quelli che vengono da sud, rassicurante filo spinato liquido da chi lo guarda da nord. “

Racina:  Le pietre di Pantelleria sono scure. Le pietre di Pantelleria sono luminose. Imprigionano il riflesso dei cristalli e splendono di luccichii vetrosi per tutto l’arco della giornata. E possono essere rossi e rosei, azzurri, gialli di zolfo, iridescenti di opale, verde per le caratteristiche dell’ossidiana locale. Le pietre di Pantelleria sono pietre preziose. E’ vietato danneggiarle o asportarle! Un tempo se ne faceva mercato, rapina, riempire i cassoni dei camion dei traghetti dell’isola madre. Con le pietre di Pantelleria si ornavano pareti d’interni e di esterni. Ingressi e archi, davanzali per finestre di grandi alberghi. Si racconta di un pantesco emigrante, che fatta fortuna al nord, corroso dalla nostalgia si fece inviare carichi ingenti di pietra pantesca, che è colore, ma anche odore. Per innalzare un dammuso in brianza con tanto di alcova tradizionale, per placare il dolore della memoria. Le pietre di Pantelleria sono il nodo cruciale della cultura dell’isola. Rappresentano quanto ha saputo fare la natura, e quello che ha saputo costruire l’uomo. Le pietre di Pantelleria sono lo snodo fra geologia e antropologia. Cesare Brandi, nelle annotazioni del suo diario pantesco, coglie una delle contraddizioni pù profonde dell’isola. Qui dove è tutto è naturale, è tutto artificiale! Centinaia kilometri di muri a secco a cucire l’intero territorio dell’isola. A tenerlo insieme, a regolare le proprietà secondo un ordine e una pulizia che non sono  scritti nei contratti notarili, ma nel rogito ancestrale firmato all’indomani del caos……Nel rispetto di quel patto, continua la manutenzione pietra su pietra, per tenere fuori dalle chiuse, dalle garche, la boscaglia spinosa che scende dalle  cuddie, a riprendersi il suo quando il contadino muore e i figli sono andati a studiare in Italia e chi in Europa. E ne muoiono contadini senza ricambio, se non i mille rumeni su una una popolazione di meno di ottomila abitanti, arruolati dalle aziende vinicole più grandi rinomate per accudire la “racina”, il moscato d’Alessandria, lo zibibbo d’una volta dalle pratiche di coltura durissime perché non c’è macchina o altro strumento adatto al terreno di Pantelleria. Che è sempre gola, cuddia, terrazzamento. Una agricoltura di sole mani, che giorno dopo giorno sempre di più si tirano indietro, si sottraggono alla fatica. Spesso per rimanere in tasca, o per pagare un biglietto aereo di sola andata…….Rimarrà scolpita nella memoria dei cittadini panteschi la recentissima notte di fine Agosto di un a vendemmia opulenta, come se non se vedevano da anni. La lunga fila di camion colma di zibibbo DOC davanti all’ingresso di una grande azienda siciliana. Era racina matura e bellissima pronta per diventare mosto. Una carovana di promesse in attesa che si concludesse la trattazione. Ogni fine estate sempre più avvilente, tra domanda e offerta, secondo l’antichissima ingiustizia di chi ha il coltello dalla parte del manico. E mentre volavano parole grosse e scorrevano lacrime di frustrazione e di rabbia, il profumo dello zibibbo nell’ammasso dei camion, prendeva possesso della notte, cambiando l’odore intrinseco delle cose che anche le buganvillee voraci dei dammusi di fine villeggiatura, profumavano d’uva. E gli ulivi già carichi ordinati e inginocchiati dalla potatura, in una preghiera dei feroci venti sapevano di vino. E i capperi abbarbicati sui muri a secco, pronti per le ultime raccolte di stagione si sentivano promosse ad un rango vegetale più elevato perdendo l’asprezza di natura, in quell’area satura di zibibbo. E perfino la lava oscura che si rispecchiava nella notte, estranea e assente secondo l’indole geologica della pietra emanava odore di mosto e fermentazione. Si svegliarono nei dammusi vicini, perché il profumo dell’uva aveva impregnato i letti. Si affacciarono nel patio cercando la ragione di quel profumo d’uva. Nel mare addormentato, e si convinsero, sfuggendo alla razionalità cinica e ingannevole del neocapitalismo, che fosse il mare a profumare di zibibbo annunciando con sentori di uva, l’arrivo di Settembre

La spossante trattativa terminò con la vendita dello zibibbo DOC declassato a IGT ( Denominazione geografica tipica a 28 euro al quintale, 28 centesimi al Kilo che è lavoro manuale durissimo , manuale e intellettuale che è fatica sudata, battaglia non sempre vinta contro la natura ostile e parca di questo sputo di lava e ossidiana nel cuore del mediterraneo, in vista dei deserti d’Africa. Nemica dei contadini e delle pratiche agricole che hanno trovato soluzioni complesse, a volte geniali contro i venti e la siccità endemica, come una malattia, come una tara, che hanno sottratto pietra su pietra al vulcano, per farne orti, garche ordinate di filari  e nello stesso tempo, muri a secco, dammusi, giardini di agrumi, che hanno inventato la coltivazione a conca, la pratica tutta pantesca, affinché la pianta abbassi la chioma  fino a sfiorare il terreno che luccica di cristalli, affinché il grappolo non lo raggiunga. Per far correre maestrale e scirocco senza eccesso di danni.”

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L’INTERVENTO DI FRANCESCO  TERRACINA

Introduceva il libro Francesco Terracina di cui mi piace sottolineare questi passi del suo discorso che mi sembrano illuminati nella comprensione del libro.

Francesco Terracina – Siamo qui per parlare di “Pantelleria, ultima isola”, di Giosuè Calaciura. Lo facciamo col Sindaco di Pantelleria, Salvatore Gino Gabriele e con l’autore, Giosuè Calaciura e sua madre che leggerà alcuni brani tratti dal libro. Allora come vedete, io il libro l’ho letto in Pdf prima ancora che fosse un oggetto definito. L’ho fatto con molto piacere come mi capita quando leggo le cose di Giosuè che sono di grande suggestione e di grande bellezza. Lo è anche questo libro che è diverso dagli altri e che mi ha fatto incontrare un pezzo di Giosuè che io negli anni avevo perso. Ovviamente come grande giornalista, come grande reporter. Molto bravo! L’ho dico sempre! E l’ho ritrovato in questo libro a riprendere il suo mestiere, come se questi 15-20 (che in un certo qual modo questo mestiere l’ha incominciato a mollarlo, a prendere le giuste distanze), non fossero mai passati. Perché questo libro è un reportage fresco immediato, bello, davvero coinvolgente. Mentre leggevo questo libro, pensavo ad uno scrittore tedesco Sebal a proposito di letteratura. “La narrativa – diceva- diventa letteratura quando ti porta su cose non viste.” Ora pensare che Pantelleria sia un luogo non visto, non è sostenibile. La in verità, leggendo questo libro, io che Pantelleria l’ho vista una volta dal 25 al 28 Aprile del 2000. Me lo ricordo ancora! Sono andato con quella che allora era la mia fidanzata, ora mia moglie e l’ho trovato un posto veramente meraviglioso. E questa isola che non c’è. Ho capito quando Giosuè parla di non essere di Pantelleria. Non è l’idea che si ha dell’isola che si ha quando si arriva, ma man mano che ….insomma cinquantun kilometri di costa e non c’è una spiaggia. Abbastanza unico per un isola urbanizzata, ma c’è il lago. I dintorni, le pietre … è un isola che non dà l’idea di un isola. E non fa che dimenticare, come fa una persona di cui Giosuè parla nel libro e che si chiama Paolo Ponzo. Paolo Ponzo è centrale nel lavoro che lui ha fatto. E’ un isolano che ha conosciuto Garsia Gabriel Marquez nel 1969, senza sapere che si trattasse dell’autore di “ Cent’anni di solitudine”. Senza questa curiosità di inseguire la star.  E che nel corso degli anni, qualche giornalista ha tentato di rapinargli la memoria con qualche aneddoto. Lui con qualche vaghezza ricordava l’incontro con questo signore importante e famoso davanti ad una cena di pesce, durante l’allunaggio dell’Apollo 11 nel 69. Una cosa che Giosuè sottolinea, probabilmente la memoria è proprio questo, cioè la capacità di dimenticare. Per cui la selezione viene fatta…c’è qualcosa dentro di noi che seleziona le cose e poi seleziona le cosi importanti e poi diventa memoria. Diventa memoria le cose che prima si erano dimenticate. Allora questa combinazione di quest’isola non isola e della memoria non memoria , della memoria che si dimentica. Come sempre Giosuè riesce sempre insieme le cose, le persone i sentimenti, la realtà ( le cose che si sentono e si vedono) che è poi la sua pecularietà. E’ quella letteratura di cui parlavamo prima, quella narrativa che diventa letteratura e che ci mostra le cose che non avevamo visto pur vedendole. Insomma non avevamo visto Pantelleria senza avere visto Ponzo; e Ponzo ci conduce a Pantelleria e Pantelleria a Ponzo. Mi ha molto colpito questo abbinamento, diciamo.

L’INTERVENTO DEL SINDACO GABRIELE 

Gabriele– E’ un libro che si può trasferire ai miei concittadini. Perché come dire,… è uno specchio, è una lettura del pantesco scritta da te che pantesco non sei. . E’ la miglior lettura del pantesco!

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