Quindici lunghi anni per riuscire a dire una frase.

dicci una frase

Foto:Salvatore Alfano per il sito http://parloinfoto.blogspot.it/ 
Amedeo Rubino è stato più volte a Pantelleria e ha collaborato con l’associazione culturale Agorà nel corso degli anni.
Ha scritto per Infouni.it  la chiacchierata recensione su Palermo clicca qui 

Testo scritto per il concorso “La strada Lunga” promosso da MalgradoTuttoweb.
L’autore del testo è  Amedeo Rubino, il quale lo scorso anno si è classificato tra i finalissimi del medesimo concorso con la sua storia: A Q V A.

Dicci una frase ( prima parte)

Mio nonno era un uomo semplice.

Non basso e non troppo alto, longilineo, capello corto e sottile “mustazzu” sopra le labbra.

Mai sopra le righe e mai una parola di troppo, uomo di candida fattura, parco nel dispensar sentenze.

Pater Familias in sordina, fervida roccia al bisogno.

Mio nonno era un uomo semplice e come tale non portava con se un gran vocabolario di parole, utilizzava spesso le stesse accezioni e di rado qualche neologismo veniva necessariamente coniato in virtù della lacunosa, quanto comune, esperienza scolastica constante di 4 anni in totale alle scuole elementari.

D’altronde mio nonno era contadino, anzi “Mezzadro” e non aveva mai avuto bisogno di sapere quando fosse morto Manzoni o a che corrente artistica appartenesse Gauguin.

Necessitava solo sentire il canto del Gallo per scender giù dal letto, sapere di trovare sul tavolo il pane raffermo di qualche giorno prima per poterlo inzuppare nel latte e caffè e cominciare la giornata salutando tutte le piante e gli alberi, compagni di vita e di serena vecchiaia.

 

Ricordo vagamente i miei giorni a giocare con i cuginetti sotto la sua custodia, azioni sfuocate , musiche abbozzate ma una costante, c’era sempre il sole.

Scene inondate da quel giallo luminoso e rassicurante, caldo pieno e urla di giochi vari e Lui, mio nonno sullo sfondo seduto a controllare che tutto andasse bene, che non avessimo bisogno di una qualunque cosa, che non ci facessimo male.

Intorno ai 4-5 anni la fantasia non mancava di certo e i modi per passare il tempo erano i più disparati ma tra i giochi che interagissero con mio nonno c’erano solamente gli ascolti delle esperienze di guerra e “dì una frase” o come dicevamo noi “Dicci una frase”. Il diletto consisteva nel concordare con tutti i giocatori, tranne uno, la frase che doveva essere detta e far domande al giocatore escluso in modo da farlo rispondere con la frase concordata.

Ecco, nessuno potrà mai cancellare dalla mia mente il processo complesso e passionale che dovemmo attraversare per riuscire a farci dire assieme ai miei cugini la frase “una strada lunga”.

Esattamente l’impresa attese 15 anni per poter essere portata a termine.

Non ci capacitavamo come una frase tanto semplice e banale quasi non riuscisse ad essere pensata o ideata da una mente altrettanto candida.

Una strada lunga, cos’altro?!

Inizialmente provammo ad arrivare al traguardo con semplici analogie stradali cercando di far ricordare all’anziano educatore una famosa lunga strada del nostro paesino portando esempi di ogni sorta ma nessun campanello suonava annunciando vittoria.

Col tempo e con gli anni gli esempi cambiavano in quantità ma soprattutto in qualità, si andava dal cammino biblico del popolo egizio guidato da Mosè alla conversione ecumenica di famosi personaggi storici.

Una volta addirittura venimmo a conoscenza del tragitto simbolo della meditazione e della catarsi interiore, un tragitto che dai Pirenei francesi si porta verso la spagnola Galizia per arrivare a Santiago de Campostela, sede del santuario ove giace la tomba di San Giacomo il Maggiore che evangelizzò la Spagna dopo la morte di Cristo. Il viaggio prevede un pellegrinaggio lungo 780 km da percorrere a piedi in circa un mese di viaggio, raccontato anche nel famoso libro di Paolo Coelho.

Quale migliore esempio di Strada lunga?

Niente, mio nonno al nostro accenno riguardo al Cammino di Santiago rispose:

  • E cu è su Santiago? D’unni veni?

Forse pretendemmo troppo da un uomo che passò la vita a lavorare la terra.

Cercammo altri esempi.

Interrogarsi su come far rispondere in modo esatto rispetto al gioco diventò più un lavoro di sfida personale più che di semplice diletto ludico.

Bisognava trovare un elemento che potesse essere specularmente da esempio, che potesse aiutarci ad allargare le nostre vedute in modo da trovare la giusta formula da pronunciare per poter sentire quella ormai dannatissima frase.

Scelta tecnica, il signor Alaimo, coetaneo di mio nonno e direttore della banda musicale del paese.

-Sig. Alaimo, ci sa dire per caso cosa percorre, cosa attraversa durante una parata della sua banda se questa la vede camminare per lungo tempo?

Beddi picciotti, cosa attraverso? Eh, cosa attraverso? Attraverso la gente, attraverso le anime di ogni essere vivente che abbia un cuore che pulsi sangue. Vedete, io entro dalle orecchie e dopo aver percorso in loro un lungo tragitto, seguo la strada che da loro porta verso il vicino e mi lancio verso quello per poi continuare da persona a persona fino poi a tornare a me, pieno e carico di pezzi altrui che adesso mi appartengono perché donatimi in cambio della mia musica. Ecco cosa attraverso.

Sig. Alaimo, risposta sbagliata, non possiamo accettarla. Pensammo e ci lanciammo su un altro personaggio che all’incirca aveva la medesima età di mio nonno.

Signora Brunco, vedova da dieci anni, ogni mattina al cimitero ad onorare la scomparsa del tanto amato marito che riposava all’interno di una struttura funeraria che simpaticamente da tutti era appellata col titolo della canzone “Papaveri e Papere” di Nilla Pizzi. Non avevo mai capito realmente il significato di tale nomea ma presumevo fosse dovuto alla poca fantasia della donna nello scegliere i fiori da portare al marito.

Bisognava riuscire a far dire alla signora la fatidica frase, semplice e veloce:

  • Signora Brunco, ci sa dire cosa percorre ogni mattina, quando si reca verso la tomba di suo marito con la sua borsa di pelle nera in una mano e quel fiore nell’altra?
  • Gioie mie, ogni mattina, cosa percorro? Ogni mattina io non vado al cimitero, io ogni mattina viaggio indietro nel tempo. Scesa di casa passo dalla fioraia amica mia, scambio due chiacchiere e prendo sempre lo stesso fiore, un” papavero rosso”, quello che mio marito mi donò subito dopo il nostro primo bacio nel campo di grano di mio zio. Io, quel momento non lo posso dimenticare e ogni papavero che vedo, è per me un suo bacio sulla bocca. Si, viaggio e torno picciotta, torno veloce e scattante come siete voi e anche se in realtà ci metto molto ad arrivare, non è mai lungo abbastanza da poter dar spazio a tutte le emozioni che provo passando accanto ai portici e le vie che ho vissuto con lui, mai abbastanza.

Mai finito, ancora vivo, amore vero, ma non rispose come noi ci aspettavamo, dunque il ritorno alla base da Nonno nostro, da Nonno mio.

La seconda e ultima parte del racconto sarà pubblicata giorno 24 Luglio alle ore 08.10.

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